La Battaglia delle arance

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La Battaglia delle arance

Lo storico Carnevale di Ivrea – La Battaglia delle arance

  • 7mila quintali di arance arrivano in città per il Carnevale
  • un totale di 4milioni 285mila arance
  • 240 sono le arance tirate quotidianamente in media da un arancere nei giorni della Battaglia
  • 7000 è il totale degli aranceri
  • 9 sono le squadre a piedi
  • 54 i carri da getto
  • 1947 anno della prima Battaglia. La Battaglia delle arance è l’elemento più spettacolare, oltre che il più noto, dello Storico Carnevale di Ivrea e insieme a tutti gli eventi storici che scandiscono le giornate carnevalesche rappresenta un incredibile patrimonio culturale e goliardico, che posiziona la festa tra le più importanti nel panorama nazionale e internazionale. Tra i maggiori simboli del Carnevale eporediese, la Battaglia delle arance evidenzia al meglio la lotta per la libertà ed è anche il momento in cui è più alta la partecipazione collettiva: tutti possono prenderne parte iscrivendosi in una delle nove squadre degli aranceri a piedi oppure diventando equipaggio di uno dei 54 carri da getto

Le arance
Tutta la città si prepara alla Battaglia proteggendo con reti e assi di legno i suoi palazzi, dipingendo il manto delle piazze dei colori delle squadre e vestendosi a festa con bandiere e gonfaloni che trasportano Ivrea in un clima d’altri tempi.
Arrivano in città circa 7mila quintali di arance provenienti perlopiù da aziende calabresi e siciliane che operano nel circuito di Libera, vale a dire aziende attive per sensibilizzare e contrastare il fenomeno delle mafie, ma soprattutto sono agrumi destinati al macero che non potrebbero mai arrivare sulle tavole.

La Battaglia e le regole cavalleresche non scritte
Si combatte per tre giorni di fila dalla domenica al martedì tra le squadre degli aranceri a terra, che rappresentano il popolo in rivolta, e le armate del feudatario, rappresentate da tiratori su carri trainati da cavalli, le pariglie (tiro a due cavalli) e i tiri a quattro, ovvero le quadriglie.

E non a caso la divisa dei tiratori sul carro consta di una maschera in cuoio per il volto e di un’imbottitura sul busto a ricordare le antiche armature dell’esercito del feudatario, mentre gli aranceri a piedi indossano casacca e calzoni dei colori della propria squadra.
Se mani e braccia sono tra le parti più dolorose dove colpire, non è raro tuttavia vedere in giro più di un occhio nero, che per gli aranceri altro non è che una medaglia, un gallone guadagnato sul campo di battaglia, da esibire con orgoglio, dato che ecchimosi ed ematomi sono una misura del valore del guerriero.

Va precisato che dal Giovedì Grasso con il passaggio simbolico dei poteri civili dal sindaco al Generale, scatta anche l’obbligo di calzare il Berretto Frigio (altro simbolo del carnevale che nasce in epoca napoleonica): chi non lo indossa nei giorni e nelle zone della Battaglia verrà colpito dal fuoco incrociato dei lanci degli aranceri e dei carri da getto.
La Battaglia vive su regole cavalleresche non scritte condivise da tutti i partecipanti, che garantiscono l’incolumità generale (a parte appunto qualche occhio nero) e mantengono il confronto sul livello di una vera e propria sfida sportiva, nella quale alla fine chi è più bravo e tira più arance con maggiore intensità, vince. Il duello tra tiratori a piedi e sul carro assume spesso il sapore di una sfida individuale, al punto che lo scontro è tanto più aspro quanto più è stretto il rapporto di chi lo ingaggia: tirare più forte possibile è infatti segno di rispetto verso un conoscente, per onorare insieme la Battaglia. Alla fine una stretta di mano e applausi collettivi di entrambe le parti in lizza sanciscono l’amicizia ritrovata.

Il regolamento
Esiste un regolamento della Battaglia significativo anche per le modalità di assegnazione del punteggio e che poi decreterà la squadra vincitrice. I giudici equamente divisi tra i vari carri attribuiscono un 40% del punteggio alla combattività della squadra, un 30% al fair play e un 30% al migliore allestimento.

Un po’ di storia
Nel Medioevo protagonisti della Battaglia erano i fagioli, si narra infatti che due volte l’anno il feudatario donasse una pignatta di legumi alle famiglie meno abbienti e queste, per disprezzo, li gettassero per le strade. Gli stessi fagioli venivano utilizzati in tempo di carnevale, come scherzosi proiettili da lanciare addosso a improvvisati avversari.

L’origine della Battaglia odierna è, invece, da iscriversi nell’Ottocento, quando tutto nasce come un gioco cortese, quasi cavalleresco che le giovani fanciulle della città presero l’abitudine di effettuare dai balconi delle loro abitazioni, lanciando insieme a coriandoli, confetti, lupini e fiori anche arance, un aristocratico frutto esotico (portugaj in dialetto piemontese) proveniente dalla Costa Azzurra. I destinatari erano i giovani da cui queste stesse fanciulle volevano essere notate. Dalle carrozze si iniziò a rispondere scherzosamente a tono e a poco a poco, il gesto di omaggio, si trasformò in duello. Dal manifesto del Carnevale del 1854 si evince già il divieto di gettare arance o altro di simile con veemenza, ma il divieto non trovò applicazione e anzi il getto si trasformò con il passare del tempo in un vero e proprio combattimento testa a testa tra lanciatori di strada e lanciatori dai balconi.

Solo dal secondo dopoguerra, con la nascita della prima squadra di aranceri (Asso di Picche), la battaglia assume i connotati attuali seguendo regole ben precise, ispirate al rispetto del codice cavalleresco. La prima Battaglia è datata 1947.

Il conto alla rovescia. Questa volta bisogna esserci
Ancora oggi più che mai il Carnevale è per gli eporediesi più di un semplice momento di evasione, una passione e una tradizione antica in cui ritrovare le proprie radici e far rivivere alla cittadinanza tutta un grande rito collettivo fatto di condivisione, agonismo, lealtà, valori come la libertà (dal tiranno) e la fertilità (con l’abbrucciamento degli scarli), senza dimenticare la festa, il divertimento. In sostanza il Carnevale è una passione che gli eporediesi vivono tutto l’anno, ognuno ritagliandosi un posto e un ruolo in questa grande rappresentazione collettiva.

La manifestazione è così sentita al punto che non appena termina un’edizione comincia il conto alla rovescia per quella dell’anno successivo. Questa volta bisogna esserci.

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