Citoyens de la Ville d’Ivrée

Storico Carnevale di Ivrea
Carnevale dalla A alla Z
Citoyens de la Ville d’Ivrée

I Citoyens de la Ville d’Ivrée sono un “libero movimento”, nato nel 1999, costituito da eporediesi e canavesani che durante il Carnevale hanno scelto di indossare un abito dell’epoca rivoluzionaria (1795-1799) per caratterizzare con la loro presenza la piazza cittadina e sottolineare la presenza del popolo come componente fondamentale del Carnevale eporediese. Il gruppo non si è quindi formato per sfilare nel corteo carnevalesco, ma per partecipare attivamente a quei momenti del Carnevale che ritiene di volta in volta più gradevoli e adatti, con spirito individualista e libertario.

In poche parole per far festa insieme, in amicizia.

I “Citoyens” chiamano a raccolta gli Eporediesi e gli amanti della festa sulla base dei seguenti punti:

  • affermare lo spirito libertario della manifestazione eporediese abolendo, almeno al proprio interno, qualunque gerarchia, ordine o obbligo di presenza in appuntamenti prefissati
  • sottolineare il carattere popolare del Carnevale eporediese, con la segnalazione anche visiva della “presenza del popolo” non inquadrato in nessun “cerimoniale”
  • ribadire che la storia del nostro Carnevale nasce molto prima di quel 1808 in cui si fece poco altro che comprare un libro e redigere un verbale… sono più di otto i secoli della sua storia!
  • far sentire la propria voce di assenso o di dissenso là dove si tira la coperta della storia a proprio uso e consumo, lasciando scoperti i piedi e chissà cos’altro…
  • indossare qualsivoglia abito, purché collocabile nei dintorni di quel fatidico 1795, che ci è così caro, come contadino, popolana, borghese, cortigiana, medico, militare, o, ancora, aristocratico, ma sempre col classico berretto frigio in testa.

I “Citoyens de la Ville d’Ivrée” esprimono lo spirito di partecipazione popolare alla festa carnevalesca e volendo rendere ancor più significativa ed emblematica la loro presenza fanno rivivere ogni anno, il lunedì grasso, una bella pagina della storia cittadina con l’innalzamento dell’“albero della libertà” che viene donato al Sindaco della città.

Il periodo è quello dei moti libertari conseguenti alla Rivoluzione Francese in Piemonte e l’anno il 1798.

Ad Ivrea, infatti, il 15 dicembre di quell’anno, senza resistenze e senza campane a martello viene eletta e insediata la nuova municipalità repubblicana. L’antica amministrazione con il sindaco Pietro Marco se ne è andata in sordina, non senza aver cura di mettere le guardie alle porte della città e dare essa stessa, con insospettabile eccesso di zelo, disposizioni in merito all’albero della libertà che viene eretto il 13 dicembre 1798 (23 frimaio anno settimo della Repubblica Francese e primo della Libertà Piemontese) con discorso augurale pronunciato dall’avvocato Pietro Giglio il cui testo ci è pervenuto in modo alquanto singolare. Don Pietro Curbis, all’epoca arciprete di Borgomasino, ebbe infatti cura di conservare alcuni documenti relativi a questo periodo, ponendoli significativamente a piè di un suo registro di annotazioni riguardanti la chiesa parrocchiale a futura memoria. Una di tali carte è appunto il discorso dell’avvocato Giglio. Da esso si apprende per intanto che l’albero era faggio (“faggio di fervido patriottismo”) e adornato dello “Stemma Glorioso dell’Unione Patriottica” che avrebbe dovuto richiamare alla memoria dei cittadini “gli Alberi di Trionfo, che in pegno del giogo scosso dal lascivo Ceppo di Monferrato costumiamo di erigere con fuochi di gioja nel Carnevale”.

“Costumiamo di erigere”… Ecco gli scarli in funzione di “Albero di Trionfo” ufficialmente menzionati sullo scorcio del secolo XVIII come simbolo di una tradizione libertaria ormai consolidata riferita a fatti specifici di medioevale memoria insieme ai “fuochi di gioja nel Carnevale”.

Su tale albero crescevano “Melaranci ossia portogalli” frutto che annunziava perfettamente “l’Eguaglianza Repubblicana, mediante l’egualità, l’unità, l’indivisibilità degli spicchi ossia fette del medesimo. S’aggiunga poi la dolcezza del frutto per annunciare la dolcezza del Governo Repubblicano”.

Questo se ne andò, passò Napoleone, tornarono i sovrani della restaurazione (tutti governi che di “dolcezza” ne avevan poca o punto), ma l’idea nell’immaginario popolare rimase. L’arancia come simbolo di libertà, facile a staccare dall’albero e lanciare contro chi questa minacciasse, il tiranno. “Siate docili alle voci del buon ordine, sensibili ai mali della Società… Guardatevi di nutrire in seno lo spirito di Egoismo, o l’amor di partito, sia il voto di ciascheduno la felicità di tutti, e la causa della libertà, la prima causa universale”.

Liberamente tratto dal Volume “Il cambio della Guardia”
di Domenico Forchino