“ Il nostro Carnovale, si può paragonare ad una nave, che, quantunque sbattuta da crudeli tempeste, mai non diede contro gli scogli, mai non corse pericolo di naufragio poiché il faro, che sinora la scorse nel porto, fu l’amore che per essa nutre l’intera popolazione d’Ivrea...”.
(La Dora Baltea, 16 febbraio 1860).
In una situazione politica estremamente complicata, in cui agivano non solo le forze del Comune, ma anche il Vescovo di Ivrea e la città di Vercelli, si ebbe la sollevazione popolare, guidata dalle famiglie signorili, del 1194. In tal modo la città fu liberata dalla signoria dei Biandrate, mentre il castello di San Maurizio subì una prima distruzione. Nel Carnevale eporediese si rievoca questo fatto, sovrapponendolo e confondendolo con l’affrancamento dai Monferrato che avvenne più di cento anni dopo.
Le fiamme crepitanti, che il martedì sera avvolgono gli Scarli sono il simbolo di vitalità e di buon augurio lasciati in dono dal Carnevale che così si conclude.
In un Ordinato del Comune di Ivrea del 1781 viene segnalato l’abbruciamento dello Scarlo in piazza di Città. L’abbruciamento dello Scarlo, da sempre presente negli antichi carnevali parrocchiali guarnito di fusette e con un fantoccio appeso, fu mantenuto dopo l’unificazione degli stessi posta sotto l’autorità ed il controllo del Generale, conservandone la dislocazione in ogni parrocchia.
Il Martedì sera nel magico momento dell’abbruciamento dello Scarlo rivive la rivolta popolare, l’esecuzione del tiranno e l’incendio del Castellazzo, la libertà conquistata ed infine la morte del vecchio e la nascita del nuovo.
Lo Sposo, ricevuto il piccone da uno degli Aiutanti di Campo, dà un colpo sul terreno e là si amplierà poi la buca; la sposa dà poi un colpo con la pala che le viene consegnata dall’altro Aiutante. Mentre si compie la Zappata, il Generale si toglie la feluca dal capo e a voce alta dice «Ciamo testimuniansa che n’tla Parochia d’... l’è piantase al pich a l’üso antic».
La Badia eporediese, al pari delle altre associazioni giovanili esistenti in Canavese, svolgeva compiti in cui si mescolavano aspetti sia sacri sia profani. A tal proposito risulta emblematico il legame degli Abbà con il culto del martire san Sebastiano, un santo indicato nel medioevo come protettore della gioventù. Presso la cappella dedicata a questo santo, un tempo edificata a fianco del Duomo, la badia eporediese adempiva ai suoi rituali.
La Cerimonia della Preda in Dora, eseguita dal Podestà, è documentata dagli Ordinati (verbali) del Comune di Ivrea lungo tutto il Seicento. Tra il secolo sedicesimo e l’aprirsi del diciassettesimo, venne rinforzata di motivazioni politiche filosabaude che testimoniano l’avversione nei confronti dei Marchesi monferrini propria di Casa Savoia. Con l’annessione del Monferrato al ducato di Savoia la cerimonia fu abbandonata. Tuttavia, la memoria degli antichi atti e rituali sopravvisse nel corso dei decenni sino a essere ripresa già all’aprirsi dell’Ottocento e adattata alle esigenze di un altro rito civico in forte sviluppo, quello del Carnevale. Introdotta nel cerimoniale nel 1934, dal 1969 è eseguita regolarmente la domenica mattina di Carnevale.
La cerimonia della Preda in Dora si riallaccia strettamente alla storia cittadina. Il rito si ricollega alle due distruzioni del Castellazzo avvenute fra il XII e il XIII secolo. Il Castellazzo, o Castello di San Maurizio, fu l’antica sede dei marchesi di Ivrea che dominarono su una vasta marca della quale divenne signore intorno all’anno Mille il celebre Arduino.
Con l’epoca contrassegnata dalla politica imperiale del Barbarossa, nel castello eporediese venne inviato un marchese fedele alla casa di Svevia: Ranieri di Biandrate. Dal contrasto violento che sorse fra l’inviato imperiale e le forze comunali e vescovili di Ivrea ebbe origine fra il 1193 e il 1195 una rivolta popolare che condusse alla prima distruzione del castello.
Settantadue anni dopo un nuovo forte sorse nello stesso luogo ad opera dei marchesi di Monferrato e il nuovo castello verrà ancora distrutto non appena la città verrà liberata dagli obblighi verso i Monferrato. Tale distruzione fu così radicale che i suoi resti vennero venduti come materiale da costruzione e pochissime tracce rimasero a testimonianza di una invisa esistenza.
Solo dalla metà del Settecento i Pifferi costituirono una presenza stabile in tutti i reggimenti del Re di Sardegna. Esiste dunque un legame tra la formazione dei Pifferi e Tamburi di Ivrea e la musica militare. Legata ad ataviche tradizioni famigliari, la storia del gruppo di suonatori eporediesi fu anche influenzata da elementi folclorici connessi alle melodie popolari subalpine. Il compito del Gruppo è quello di accompagnare tutta la celebrazione del Carnevale con le sue marce ed obade e di conservare, divulgare e tramandare il repertorio musicale tradizionalmente legato allo Storico Carnevale di Ivrea che ne costituisce di fatto la colonna sonora.
Il piffero (piccolo flauto traverso in legno di bosso), il tamburo e la grancassa sono gli unici strumenti impiegati e vengono realizzati dagli stessi componenti del gruppo. Alcune sonate traggono ispirazione dalle marce dell’esercito piemontese; a queste si sono aggiunte le monferrine, alcune marce tipiche del periodo napoleonico e altre musiche di origine risorgimentale. In tutto 13 marce, un passo di carica, 5 diane, 11 monferrine e 3 brani di vario genere. L’esecuzione delle melodie è legata a particolari momenti del rituale dello Storico Carnevale, a determinati luoghi o territori, come le antiche parrocchie cittadine, ed a specifici personaggi che in questo modo vengono omaggiati.
L’evento viene ricordato il Lunedì mattina dai Citoyens de la Ville d’Ivrée che donano alla Città, alla presenza del Sindaco, del Generale e Stato Maggiore un alberello da mettere a dimora in segno di omaggio alla libertà.
Il primo Generale, nominato il 1° marzo del 1808, fu Antonio Pezzatti, membro del Consiglio Comunale e della Guardia d’Onore della Città di Ivrea. Il Generale più longevo fu Savino Panietti, che rivestì il ruolo ininterrottamente dal 1841 al 1857, per ben 17 volte. Da quando esiste la Mugnaia invece il Generale più volte in carica fu Roberto Tarditi (dal 1893 al 1903, con la doppia edizione del 1898 quando il Carnevale fu proposto anche a Torino per l’Esposizione universale). Anche il marito della prima Mugnaia, il capitano Pietro Fumel, militare di carriera, fu Generale del Carnevale negli anni 1864 e 1865; l’anno successivo conseguì il grado di Generale dell’Esercito italiano. Nel dopoguerra Ciro Merli indossò otto volte la divisa, tra il 1947 e il 1958, mentre Dante Volpe distribuì i suoi quattro generalati in un arco di tempo di ben 17 anni (tra il 1961 e il 1978).
Il primo volume sul frontespizio in pergamena reca la scritta “Livre commencé l’an 1808. Ivrée, Chef lieu du Département de la Doire”, e nella prima pagina si legge “Generale in capo per il Carnevale è stato nominato il signor Pezzatti Antonio, figlio del fu Giovanni Antonio, membro del Consiglio Municipale, guardia d’onore Imperiale e della Città di Ivrea”.
1820 - Lo Stato Maggiore
La data di istituzione di questo gruppo di persone con il compito di aiutare il Generale nella gestione del Carnevale non è del tutto certa.
Lo Stato Maggiore si sottopone al comando del Generale; si compone di Aiutanti di Campo, Ufficiali d’Onore e Vivandiere. In occasione del Carnevale si apre la Campagna che prevede la presenza degli Ufficiali in tutti i momenti della manifestazione. Le attività del Corpo non terminano alla fine della Campagna, ma continuano tutto l’anno attraverso l’Associazione Circolo Ufficiali Stato Maggiore, un centro permanente di vita associativa a carattere volontario che ha tra i suoi scopi la tutela del Carnevale, la custodia, la ricerca e la divulgazione dei materiali e documenti dello storico gruppo militare.
Dal manifesto del Carnevale del 1854 apprendiamo che il Generale Panietti ordina che «per il buon andamento della festa negli ultimi tre giorni è vietato di gettare aranci od altro simile con veemenza». L’uso delle arance è ben evidente nella rappresentazione del Carnevale del 1857.
1830 - le bandiere delle Parrocchie: San Pietro e DonatoRisulta presente nel Carnevale fin dalla prima metà dell’800, ma dal primo Libro dei Processi Verbali si apprende che nel 1899, all’atto della deposizione delle antiche bandiere e della loro sostituzione con quelle nuove regalate dal Municipio di Torino a titolo di ringraziamento per la partecipazione del Carnevale di Ivrea all’Esposizione Generale Italiana del 1898, la Bandiera di San Pietro e Donato risultava mancante, andata distrutta “per incuria di chi ne avrebbe dovuto aver più sollecita cura”. La bandiera del 1899 rimase in servizio fino al 1933 quando fu sostituita insieme alle altre quattro, ma dagli anni ’70 non risulta di nuovo più presente nella Marcia, fino al 1998 quando l’attuale bandiera fu rifatta dagli Alfieri.
Si fregia di una grande croce bianca in campo rosso orlato di blu. Dal bordo esterno escono quattro fiamme bianche linguate, affiancate due a due al braccio longitudinale della croce.
Misura 135 cm in altezza e 140 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore marrone. Presente nel Carnevale dal 1836, fu sostituita una prima volta nel 1899 con quella rifatta in occasione dell’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1898 e rimpiazzata nel 1933.E’ adorna di un quadrato beige scuro in campo beige chiaro con sul fronte la scritta “Viva San Salvatore” e sul retro la scritta “Borgo di Bando”. I quattro cantoni del campo sono adorni di altrettante fronde stilizzate di colore beige scuro separate da foglie quadrilobate. La bandiera attuale fu donata nel 1986 dai Generali e Sostituti Gran Cancellieri appartenenti all’Ordine della Mugnaia in sostituzione di quella rifatta nel 1959.
Misura 140 cm in altezza e 150 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto rosso scuro. Presente nel Carnevale dalla prima metà dell’800, fu sostituita una prima volta nel 1899 con quella rifatta in occasione dell’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1898 e successivamente rimpiazzata da una nuova nel 1933.E’ adorna di un riquadro cremisi in campo beige orlato di cremisi. I cantoni del campo sono fregiati di nastri blu che si dipartono da un piccolo cerchio dello stesso colore. Al centro del riquadro, contenuto da quattro foglie stilizzate di colore verde oliva, un cerchio beige bordato di verde oliva reca sul fronte la scritta “Viva San Maurizio” e sul retro “Rione del Castellazzo”. La bandiera attuale, rifatta a cura degli Alfieri con il contributo della famiglia Yon, è entrata in uso nel 2012 sostituendo quella donata nel 1985 dall’Ordine della Mugnaia e da Pier Fausto Cavallo.
Misura 130 cm in altezza e 140 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore rosso scuro. Presente nel Carnevale dalla prima metà dell’800, fu rifatta una prima volta nel 1886, poi sostituita con quella rifatta in occasione dell’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1898 e rimpiazzata nel 1933.E’ costituita da un campo rosso orlato da quadrati beige e blu. Ai quattro angoli sono disegnati, iniziando dall’angolo superiore sinistro e in senso orario, i seguenti soggetti: una bandiera rossa sovrastata dal Libro dei Verbali con la dicitura “Statuto del Carnevale d’Ivrea” sul quale stanno la feluca e la sciabola del Generale, adorna di un nastro azzurro; un castello turrito in fiamme a simboleggiare il Castellazzo; uno scarlo in fiamme cui si appoggiano uno scudo tondo, una pala, un pich, una fiaccola accesa e due catene terminanti con i ceppi; ed infine una bandiera tricolore che regge un tamburo ed a cui si appoggiano uno spadino con l’arancia ed un sottile bastone dorato da mazziere terminante con una boccia. Al centro del campo una cornice polilobata di colore beige contenente uno scudo dello stesso colore e bordato d’azzurro con sul fronte la scritta “Rione del Borghetto” e sul retro “Viva San Grato”.
La bandiera attuale, rifatta a cura degli Alfieri con il contributo dei Tuchini, entrata in uso nel 2012, sostituisce quella del 1985.
Misura 120 cm in altezza e 125 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore verdone.Presente nel Carnevale dal 1842, fu sostituita una prima volta nel 1899 con quella rifatta in occasione dell’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1898 e rimpiazzata nel 1933. E’ ornata in campo dorato bordato di beige da un riquadro verde contornato ai quattro cantoni da nastri beige. Al centro del riquadro, attorniato da quattro fiori marroni quadrilobati, compaiono in un rombo color avorio: sul fronte una mitra sovrapposta alla croce ed al pastorale, a richiamare la dignità vescovile rivestita dal patrono della Parrocchia, sul retro la scritta a ricamo: “Viva Sant’Ulderico 1984” anno in cui la nuova bandiera fu donata dai coniugi Guidetti.
Già prima di allora la figura di Violetta era impersonata dall’ultima sposa di ogni parrocchia, chiamata a dare la zappata per il piantamento dello scarlo. Dopo essere stata una figura leggendaria, diventa realtà nel 1858: in pieno Risorgimento, viene introdotto il simbolo della Libertà che anche nel costume richiama i colori nazionali: tre anni dopo veniva proclamato il Regno d’Italia.
La tradizione vuole che il ruolo di Mugnaia possa essere interpretato una sola volta.
Ma nella seconda metà dell’Ottocento ben tre Signore ebbero una doppia opportunità di sfilare sul Cocchio dorato. Si tratta della prima Violetta in assoluto, Giuseppina Fumel Gamacchio (moglie del capitano Pietro Fumel), che restò in carica sia nel 1858 che nel 1859, di Maddalena Cavatore Allera (1863 e 1864) e Vittoria Pesando Menaldino (1868 e 1869).
Due Mugnaie in un solo anno si ebbero invece nel 1898, quando la manifestazione si svolse sia nei tradizionali giorni di Carnevale, a Ivrea, che qualche mese più tardi a Torino, in occasione dell’Esposizione Universale. Le due Violette furono Emma Cavallo Zucchino e Angiolina Patriarca Gillio.
Triste invece la sorte di Perla Faluomi Foa che, dopo essere stata simbolo di libertà vestendo i panni di Violetta nel 1892, morì prigioniera nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944.
Misura 135 cm in altezza e 165 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore marrone.Presenta sul fronte una croce bianca dalle estremità trilobate con al centro un medaglione azzurrino con la scritta “Rione di San Lorenzo”. Il drappo è adorno nel primo quarto, in campo giallo, di un’aquila ad ali spiegate, nel secondo quarto di tre mazzi formati da spighe di grano in campo verde, nel terzo di due pesci contrapposti in campo azzurro a richiamare la presenza nei confini parrocchiali del Lago San Michele, nel quarto di una corona d’alloro in campo rosso.
Sul retro il medaglione centrale presenta la figura del Diacono Lorenzo rivestito da una dalmatica rossa, nell’atto di mostrare la graticola mentre col braccio destro regge il volume dei Vangeli e la palma del martirio. La bandiera attuale fu introdotta nel 1985.
Misura 140 cm in altezza e 150 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore verdone. E’ adorna di un campo verde orlato di rosso lungo i due lati orizzontali e di quadrati verdi, blu, rossi e bianchi lungo i due lati verticali.Nel primo quarto è raffigurato, in campo beige chiaro, il patrono della Parrocchia: San Bernardo di Chiaravalle (Clairvaux presso Digione) fondatore dell’Ordine Cistercense. Il Santo, a mezzo busto, vestito della cocolla e col capo rasato e aureolato, benedice con la destra e stringe con la sinistra un libro, a significare la sua dignità di Dottore della Chiesa. Nei due quarti centrali una doppia pannocchia di granoturco richiama l’antica vocazione agricola della frazione, mentre nell’ultimo quarto svetta un’aquila su campo azzurro. La bandiera attuale fu rifatta nel 1985.
Misura 140 cm in altezza e 175 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore rosso granata. È una bandiera interzata, cioè divisa in tre fasce verticali di uguali dimensioni.Nel primo terzo compare: in alto, in campo azzurro orlato di rosso, un’aquila ad ali spiegate con sul petto lo stemma di Ivrea; nella parte inferiore un rettangolo a bande alternate oblique, rosse e bianche, orlato d’azzurro. Nel terzo centrale in campo bianco un grifo eretto, dipinto di rosso, regge con le zampe anteriori una torre merlata simbolo della frazione, mentre dall’alto e dal basso si irraggiano verso l’interno tre fiamme, azzurre, gialle e rosse. Nell’ultimo terzo compaiono: in alto un rettangolo a bande alternate oblique, rosse e bianche, orlato d’azzurro e in basso in campo azzurro orlato di rosso una chiave dorata, a significare la funzione di avamposto del territorio cittadino svolta dalla frazione. La bandiera attuale fu donata nel 1985 da Grazia Olivetti Galletti (Mugnaia1956), Mimma Galardi Lizier (Mugnaia 1961), Laura de’ Liguori Carino Olivetti (Mugnaia 1979) e Davide Olivetti (Generale 1981).
1947 – La Fiaccolata Goliardica
I Goliardi dell’AUC per la prima volta scortano la Mugnaia con le torce dando così origine a quella che diventerà la sfilata in onore della Mugnaia.
Misura 140 cm in altezza e 140 in larghezza e viene montata su un’asta rivestita in velluto di colore blu scuro.Fu introdotta nel Carnevale nel 1955. E’ adorna su entrambe le facce, in campo bianco bordato di celeste, di un cerchio azzurro da cui si irraggiano fiamme linguate dello stesso colore sfumato. Inscritto nel cerchio un cuore rosso sormontato dalla croce e raggiato di nero, simbolo del Sacro Cuore di Gesù. Ai quattro cantoni quattro archi di cerchio blu. Nel primo e nel quarto è inscritto un caduceo di colore azzurrino, ossia un bastone con due serpenti simmetricamente intrecciati e due ali aperte alla sommità, simbolo di prosperità e pace. Nel secondo arco di cerchio è raffigurata un’incudine sormontata da una ruota dentata, a significare le attività metalmeccaniche degli abitanti, mentre nel terzo arco una falce, un rastrello, un tridente, una vanga ed una spiga di grano simboleggiano le attività agricole del quartiere. La bandiera attuale fu donata nel 1985 dai commercianti di corso Nigra e Porta Torino.
L’Ordine sostiene inoltre iniziative concrete a favore del Carnevale.
Il Sabato di Carnevale il Gruppo, che indossa divise ispirate a quelle dei Cacciatori di Fanteria Leggera del 1799, confluisce sotto il comando del Generale dopo aver deposto la Bandiera del Battaglione per assumere quella della Scorta.
La divisa dei Cacciatori è composta da un berretto nero fasciato in rosso, giubba e calzoni verdi, camicia rossa e scarpe coperte da ghette bianche, armati di fucile Revolutionnaire 1777-1820, sabro e budriera. Quella dell’Ufficiale si differenzia principalmente per le decorazioni e per la seconda giacca indossata solo per metà.
Nel 1998 il gruppo ha costituito l’Associazione Alfieri, intraprendendo una serie di iniziative volte a riaffermare l’importanza delle Bandiere e riqualificare il ruolo degli Alfieri, a partire dall’introduzione delle nuove divise che recano i colori della Città. Sempre nel 1998 hanno rifatto l’antica bandiera del rione di San Pietro e Donato, che era andata perduta e mancava da tempo nella Marcia. Nel 2006 hanno completato il lavoro di digitalizzazione delle bandiere allo scopo di garantire l’archiviazione e la conservazione perenne della loro configurazione originale.
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